“La società contemporanea e la giustizia”: le riflessioni dell’On.Gemelli

La giustizia, il senso di giustizia, la Virtù della giustizia, il Valore della giustizia sono concetti che nel tempo hanno avuto significati diversi nell’ampiezza della interpretazione, della personalizzazione e della oggettivizzazione.

Il concetto di giustizia, che trae la sua origine nella acquisizione del valore dell’ordine naturale dell’universo, definisce il comportamento della persona nella relazione con gli altri e nella relazione con il creato, in funzione della propria esistenza, che non può in nessun caso prevaricare l’esistenza dell’altro.

Il concetto di comportamento egualitario naturale, oggetto di trattazione dei pensatori greci e latini Pitagora, Platone, Aristotele, Cicerone, Sant’Agostino, San Tommaso, Leibiniz, Kant, ecc., ognuno con la propria specificità, e che  trova nella seconda parte del primo Comandamento Cristiano una motivazione religiosa, (“ama il prossimo tuo come te stesso”Marco 12,29-31) pone i primi limiti per poter essere considerati giusti: non si può causare danno ad altri, se non quelli che si possono causare a se stessi, e siccome a se stessi non si causano danni per il principio naturale dell’autoconservazione dell’incolumità e della vita, tali danni non si possono causare nemmeno agli altri, definendo incondizionatamente il concetto di intangibilità della persona umana, recepito dalla Carta dei Diritti dell’uomo e dai Trattati.

Su tale base concettuale si costruisce l’impalcatura legislativa, che subisce l’evoluzione della cultura nelle varie epoche, fino a definire che anche la legge deve essere considerata giusta, per evitare che sia prevaricatrice e a vantaggio della classe dominante che la emana.

Infatti la giustizia  perseguita con leggi vessatorie diventa prevaricazione,  abuso, sopruso e tali leggi devono essere contrastate, avversate insieme alla classe che le ha emanate; le dittature di ogni tendenza, attraverso l’impianto legislativo, operano  le loro imposizioni e la brutalità, la violenza, la sopraffazione sono gli strumenti per il rispetto di tali norme, certamente  non la condivisione e l’adesione.

Quindi la legge, per sua natura, è strumento neutro per la giustizia o la sua negazione, mentre contribuisce in modo determinante alla affermazione della giustizia la cultura del gruppo sociale di riferimento; è l’elaborazione del concetto di giustizia, che fa il gruppo sociale, che stabilisce gli ambiti dei comportamenti giusti e leciti; inoltre lo stesso gruppo sociale ha come limite di riferimento il concetto originario di giustizia, che è quello naturale in tutte le culture del mondo e che non può essere in assoluto violato.

La violazione dell’ordine naturale di giustizia, non come evoluzione insita nel divenire dell’umanità (che peraltro non si potrebbe definire violazione), ma come forzatura o manipolazione di alcuni elementi, nella parzialità consapevole della visione del “tutto”, largamente ancora sconosciuto e incomprensibile – e peraltro senza poter definire alcun ordine temporale di discoperta –  rappresenta un abuso immotivato e autolesionista, privo di giustificazione e quindi da condannare.

La dimensione dei rapporti interpersonali della società si sta gradualmente affievolendo, perché le teorie neo-liberiste del turbo-capitalismo finanziario attuale, per effetto di una globalizzazione senza regole, sollecitano la soddisfazione non solo dei bisogni dell’uomo, ma anche dei desideri, creandone  di nuovi continuamente, trasformando  l’uomo naturalmente vocato come essere sociale, in “uomo-individuo”, che perde la relazione con gli altri e diventa “dio assoluto” di se stesso e del proprio ego.

L’”uomo-individuo” contemporaneo ha un concetto di giustizia modulato sul grado del proprio “benessere” senza il confronto sociale e quindi la necessaria relazionalità.

Se la legge può servire per difendere la società dai prevaricatori, nell’attuale cultura che tenta di affermarsi, la legge può tutelare gli interessi di chi agita impropriamente il tema delle difese  delle libertà individuali, anche quando sono contro gli interessi ben più importanti della società.

Tale cultura, perché è una cultura, mina le basi solidaristiche della società, che si disgrega in tante individualità che, guardando ognuna al proprio tornaconto, contrastano il concetto fondamentale di giustizia e cancellano il “senso di giustizia” che ognuno dovrebbe avere.

Se le organizzazioni criminali come la mafia, la ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita e le mafie degli altri Paesi ( LCN – La Cosa Nostra USA; Cartello di Sinaloa Mexico; la Wuton Wutei Cinese; la mafia nigeriana, albanese, serba, turca, rumena; quelle russe Solnetsevskaja-Bratva, Tombovskaja-Maliscvskaja, Ismajlsviskaja-Dogprendmenskaja, Uralmashskaja; quella giapponese Yakuza, ecc) violano il senso comune di giustizia e la giustizia stessa, il comportamento di numerosi cittadini evidenzia la caduta del senso di giustizia individuale e collettivo, quando si trovano giustificazioni a comportamenti illeciti largamente diffusi: assenteismo nella pubblica amministrazione, utilizzo illecito di facilitazioni a categorie protette, uso indiscriminato del bene pubblico, disinteresse per i servizi pubblici, abuso dei mezzi pubblici, abuso edilizio, malversazioni, concussioni e corruzioni e sostanzialmente disconoscimento della funzione civile e sociale della pubblica amministrazione, oltre al tentativo di evasione fiscale che si concretizza nel non rilasciare lo scontrino, la ricevuta, la fattura, con la frase “se non faccio la fattura risparmi l’Iva”, infondendo un senso diffuso di affievolimento del dovere di essere giusti (perché sforzarsi di essere giusti è un dovere), lasciando spazio ad un relativismo ideale e valoriale che permea la società dei tempi moderni.

Inoltre il bullismo, l’haterismo e il crackismo digitali, sono manifestazioni di atteggiamenti da condannare senza attenuanti, per evitare che la società s’imbarbarisca e diventi terra di conquista degli egoismi più sfrenati e disinvolti.

La stessa modificazione del concetto di welfare, che si trasforma da welfare-state in welfare-society, con la motivazione che lo Stato non possa ulteriormente sostenere i costi per i cittadini indigenti ( un esempio ne è l’opposizione di Trump all’Obama-care) rappresenta un messaggio di subordinazione della dimensione sociale della giustizia alla dimensione economica pubblica, vanificando il principio indiscutibile che lo Stato e le sue Istituzioni siano e debbano essere al servizio del cittadino e in primo luogo del cittadino indigente.

Il concetto di giustizia investe anche la rappresentazione istituzionale della democrazia: la democrazia rappresentativa e proporzionalistica (una testa un voto) trova attualmente una involuzione, perché si tenta di affermare il principio elitario, per cui un gruppo di pensatori, che conoscono la materia della gestione del governo e dell’amministrazione, siano da  preferire ai rappresentanti eletti dal popolo, che è definito ignorante. Con tale sistema si crea una gerarchia di cittadini, che rompe il concetto di giustizia egualitaria, fondata sulla eguale dignità dell’uomo e del suo pensiero. Superato il concetto di valore che contrapponeva “tesi” e “antitesi”, dando alla seconda un valore negativo, con il più democratico e giusto concetto di “confronto tra tesi diverse”, si vuole affermare oggi che esista una gerarchia delle tesi, che pone al vertice la tesi elitaria e all’ultimo posto quella del “cittadino ignorante”. Ovviamente non è in discussione il riconoscimento della competenza sui singoli problemi, per la quale si invocano sempre traguardi più alti, ma il valore stesso della dignità dell’opinione dei singoli cittadini.

Anche l’amministrazione della giustizia è in affanno, perché si presta ad essere considerata molte volte giustizia di parte, quando l’applicazione della legge diventa interpretabile da parte del magistrato inquirente e qualche volta anche giudicante. Non che non ci debba essere l’interpretazione della norma da parte del magistrato, perché non si può impedire che questi abbia una sua opinione sulle vicende e sulla fattispecie, ma sarebbe opportuno ricordare che l’”interpretazione autentica”  spetta al legislatore, attraverso una legge esplicativa e puntuale. Inoltre il legislatore dovrebbe sempre tenere presente che il suo prodotto, la legge, è fatta per essere letta e capita univocamente e quindi sarebbe opportuno che la scrittura della norma seguisse la costruzione di periodi semplici, cosa che difficilmente sta avvenendo.

Un capitolo a parte merita la trattazione del senso di giustizia dei mass-media ; il problema è grandissimo e gravissimo: se non ci fosse non esisterebbero le fake news e le post truths.

La loro esistenza investe direttamente la professionalità del giornalista e la serietà e obiettività dell’organo di stampa, che propala bugie per verità, per orientare artificiosamente il lettore verso una scelta definita.

Non è in discussione la libertà di opinione, che definisce lo status democratico di una comunità, ma una opinione non può essere presentata come verità o notizia, ma come opinione, così come la lettura dei fatti deve essere la più oggettiva possibile, soprattutto quando si gestisce un organo di informazione e si vuole avere una funzione sociale qualificata.

Per tentare di fermare una spirale involutiva così invadente e permeante la società, sarebbe necessario riconsiderare il valore delle articolazioni sociali tradizionali (le classi e i ceti e la loro osmosi hanno rappresentato il motore dell’evoluzione sociale) e nuove (generazionali e di genere) e l’insieme della società, come elemento unico coeso per effetto della cultura di appartenenza, originaria e in evoluzione, per esaltare la dimensione sociale e ricondurre la dimensione individuale e quindi la sua crescita alla dimensione infra-relazionale.

Il cittadino contemporaneo non è una “monade”; egli  è un soggetto sociale più di quanto creda e voglia essere, influenzato e manipolato dalla comunicazione globalizzata, che punta a renderlo clone di una società di tutti uguali.

Sembra che ci sia una contraddizione tra quanto affermato all’inizio  sull’eccessivo individualismo e adesso sulla necessità di riconsiderare e riappropriarsi della dimensione personale, unica e originale, che ognuno ha; in effetti vi è molta  distanza tra i termini “individuo” e “persona”, in quanto si attribuisce al secondo (negandolo al primo) la capacità di governare il proprio essere nella sua completezza all’interno di un gruppo sociale, animato da un comune sentire che è la cultura di riferimento, nella sua scansione temporale e nella sua contaminazione ed evoluzione inesorabili e costanti.

L’acquisizione e la diffusione di tale impostazione potrà servire per affrontare e risolvere i piccoli e i grandi problemi dell’umanità, in quanto il senso di giustizia insito nella persona, essere sociale, apparterrà a tutto il gruppo sociale e si propagherà per tutta l’umanità, affrontando i problemi della fame nel mondo e degli sprechi alimentari, quello della disoccupazione e dell’accumulo di ricchezza, quello della tutela dell’ambiente e dell’inquinamento globale, senza pregiudicare il principio di evoluzione, che vuole che l’uomo stia sempre meglio come salute, come ricchezza e come relazioni sociali e quindi contrastando le teorie pauperistiche, portate da alcune correnti di pensiero.

Saremo in condizione di edificare un mondo di giusti ?

Dobbiamo superare  i nostri limiti personali, i nostri egoismi, le nostre pretese, i nostri abusi e dobbiamo sforzarci di essere “giusti” e non “giustizialisti”, perché essere giusti significa assumerci le responsabilità, essere giustizialisti significa nasconderci nella massa e dare sfogo ad emozioni viscerali, le quali, svanite, lasciano l’amaro in bocca.

Non governiamo il passato e quindi non possiamo intervenire in nessun caso,  ma il presente e il futuro sì.

Non siamo perfetti, siamo perfettibili e quindi sforziamoci di seguire la perfettibilità in ogni nostro atteggiamento quotidiano per noi e per gli altri.

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