La qualità della democrazia

Il relativismo vorrebbe depotenziare i Principi Democratici

La commemorazione di De Gasperi , nella ricorrenza della sua morte il 19 agosto 1954, ci porta a ragionare sul concetto di democrazia che lui e i Padri costituenti hanno voluto sostenere e attuare nella Costituzione italiana.
Il concetto di democrazia non è stato mai univoco, sin dal momento della sua nascita: la concezione spartana e quella ateniese contrastano sul concetto di egualitarismo dei cittadini e sui poteri loro attribuiti quando sono riuniti nell’”apella spartana” o nell’ ”ecclesia ateniese”.
Né Roma definisce la democrazia, anzi, partendo dalla istituzione, ad opera di Romolo, del Senato romano, formato dai capi delle famiglie, essa si modifica nel corso del tempo e si stabilizza con le leges Liciniae sexiae, che definiscono la Costituzione della Repubblica. Comunque, anche nell’età imperiale, resta il Senato come momento alto di partecipazione dei cittadini al governo delle istituzioni.
Nel medioevo le riunioni dei cavalieri e poi dei principi sono embrionalmente le forme di condivisione del potere da parte del monarca, che evolvono successivamente nelle assemblee delle arti e dei mestieri, lasciando pressoché inalterato il potere del dominus del momento.
La rivoluzione francese fa apparente giustizia dell’assolutismo del monarca sostituendolo con l’assolutismo populista e demagogico prima dell’Assemblea nazionale e poi dei Giacobini, che instaurarono il periodo del terrore; la stessa cosa succede, con automatismo naturale, nella rivoluzione d‘ottobre del 1917 in Russia, con la presa del potere da parte dei bolscevichi.
Dopo la Costituzione della Repubblica a Roma, un altro esempio di Costituzione scritta è rappresentato dalla Magna Charta Libertatum del 1215, emanata da Giovanni Senzaterra, re d’Inghilterra, che fissa il principio dell’ “habeas corpus”. Successivamente il primo documento significativo fu quello redatto a Filadelfia nel 1787, come prima Costituzione Federale americana; poi, nel 1791 in Francia si scrisse la Costituzione del popolo francese a cui seguirono le prime costituzioni degli Stati moderni.
Il principio fondamentale in ogni Costituzione è l’affermazione della “sovranità del popolo” e la divisione dei poteri, secondo Montesquieu.
Il processo di evoluzione giuridica nel corso del tempo ha lasciato inalterati tali principi, fino all’avvento della globalizzazione.
La globalizzazione, nella declinazione della informazione e della comunicazione, ha creato un villaggio globale, dando potere condizionante ai comunicatori e determinando la formazione di correnti di opinioni che galleggiano nella superficialità delle impressioni, piuttosto che sull’approfondimento culturale e significante del merito.
Oggi le declinazioni di democrazie sono diversissime e contrastanti tra loro: è democrazia quella degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali; è democrazia quella indiana (la più grande del mondo); è democrazia quella iraniana, che resta sempre sotto il vaglio dei Guardiani della Rivoluzione; è democrazia quella Ruandese, che elegge un Presidente con il 98 % dei suffragi; è democrazia quella venezuelana, nella quale Maduro impone l’elezione di una Costituente per neutralizzare ed escludere il Parlamento dalla sua funzione democratica; è democrazia quella russa con la quale si è prolungato il numero dei mandati presidenziali e si è reso intercambiabile il ruolo con quello di capo del governo; è democrazia quella turca dove Erdogan ha imposto un regime con un referendum; è democrazia quella francese che consente ad un Presidente di essere eletto al ballottaggio, avendo preso al primo turno il 24 % dei consensi; è democrazia quella che potrebbe prevedere in Italia che una minoranza del 33 % conquisti la maggioranza del Parlamento, come qualcuno vorrebbe.
Un ultimo aspetto è rappresentato dalla “democrazia digitale”.
Il M5S si vanta di aver realizzato la democrazia popolare attraverso la richiesta dell’espressione del voto del cittadino (iscritto alla piattaforma) su ogni argomento messo in votazione attraverso internet.
A questo punto bisogna precisare che la democrazia si articola in due momenti significativi: la costituzione di maggioranza e minoranze e la ricerca del consenso.
La ricerca del consenso in un mondo complesso quale quello attuale, dove le interpretazioni di un fenomeno politico sono tante quanto quelle dei partecipanti all’esame del fenomeno, deve prevedere dei luoghi di confronto delle opinioni, di approfondimento delle stesse, di elaborazione di sintesi rappresentative delle affinità delle opinioni, di rispetto delle differenze emergenti, per determinare la possibilità di costruire un consenso informato della maggioranza.
Attualmente il voto digitale si realizza su un quesito di sintesi che priva gli interrogati della possibilità delle valutazioni differenti degli stessi sul quesito in essere; ogni voto è un “referendum” senza approfondimenti, che invece potrebbero consentire nella dialettica corrente di modificare l’opinione in maniera radicale.
La sintesi è definita da una ”intellighenzia digitale”, che potrebbe anche sub-liminalmente pilotare il consenso verso l’approvazione o il diniego. Certamente per poter stimolare i potenziali elettori ad esprimersi, si fa leva sulla sensibilità emotiva degli stessi, piuttosto che sulle loro capacità riflessive.
La dilatazione del significato del termine di democrazia, dagli esempi fatti, ha una base comune a tutti i sistemi indicati: il ricorso al popolo è abusato e mistificato e il popolo perde sistematicamente la capacità di esprimere il proprio legittimo potere di valutazione e di scelta piena della classe dirigente.
Tale sistema culturale è attuato prevalentemente in economia, nel sistema di governo delle società di capitali e delle strutture economiche.
La grandi holding sono governate dai Ceo (Chief executive officer), scelti da una “minoranza di governo” rispetto alla maggioranza dell’azionariato diffuso.
È evidente l’alterazione della “democrazia sostanziale” in un sistema così concepito, dove il controllo assembleare è pressoché nullo e i rischi di infedeltà gestionale altissimi, come abbiamo potuto sperimentare direttamente durante la crisi economico-finanziaria ancora in uscita.
Ad appesantire la situazione si è introdotto prepotentemente l’uso delle fake news e delle post trues, propalate su larga scala e ripetute, tanto da creare uno scenario verosimile per quella parte di popolazione che non si pone o non ha la possibilità di verifica e di approfondimento.
L’obiettivo di creare la sensazione in una vasta platea per perseguire uno scopo particolare, anche il consenso personale, fa strage della verità del buon senso per suscitare un moto di adesione e intestarsi una leadership momentanea, ancorché effimera e millantata.
Molti ritengono che esprimere una opinione sul blog sia una forma di democrazia; può essere vero se ammettiamo che il blog è uno strumento utile per consentire a tutti di esprimersi su ogni argomento, ma evitando di presumere che la propria opinione possa valere per tutti i lettori, trascendendo i limiti personali, di competenza e di approfondimento.
Umberto Eco, in una delle ultime manifestazioni pubbliche a cui ha partecipato, ha detto “”I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.( Incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media.)
A questo punto dobbiamo porci il problema se vi sia una deriva degenerante della democrazia oppure la democrazia vive la contestualità del tempo con le pratiche e gli strumenti di cui dispone.
Entra in valutazione la “consapevolezza” dell’importanza della scelta democratica dell’elettore.
L’elettore è consapevole della fondamentalità della sua scelta ? Se si, come mai in tanti Paesi del mondo è così alto il fenomeno dell’astensionismo ? Sarebbe importante approfondire il radicamento democratico dei cittadini ?
Se il potere appartiene al popolo la legge deve consentire che il popolo si esprima nel pieno delle sue potenzialità, anche nel sistema mediato dalla rappresentanza istituzionale.
Le Istituzioni devono avere il massimo di autorevolezza e non devono essere piegate ad interessi di parte, nemmeno quelli dei partiti politici, quindi il rappresentante istituzionale deve essere libero dal vincolo di mandato; l’interesse di un partito, per definizione, non è l’interesse della Nazione; i bisogni di una popolazione si possono risolvere se le scelte prevalgono sugli interessi di parte.
È urgente riflettere sulla qualità della democrazia nel mondo, per evitare che si scivoli verso forme apparenti per perseguire con subdola pervicacia disegni peronisti o vuoti, ingiusti e persecutori giacobinismi e giustizialismi.
Il dibattito giornalistico, durante i lavori della Costituente, tra De Gasperi, Merzagora, Maranini, Einaudi, Panfilo Gentile, Aldo Moro e tanti altri verteva sulla qualità della democrazia nella Costituzione Repubblicana, si parlava di Valori e Principi e il relativismo culturale doveva ancora affermarsi come momento livellante delle “asperità” poste dalle differenze ideali, tentando di azzerare le culture nel magma indifferenziato del pensiero debole; De Gasperi, Moro, i cattolici e alcuni laici autorevoli si schierarono per il primato popolare e istituzionale.
Per questo la democrazia non può essere sacrificata sull’altare dell’efficientismo, della velocità decisionale, delle economie di bilancio, di un preteso e sconsiderato egualitarismo identitario.
Gli eletti, a qualsiasi livello, hanno la responsabilità del popolo che rappresentano e la loro fedeltà o infedeltà si misura con il consenso popolare e non con la fiducia concessa dal leader.
Se vogliamo vivere la democrazia, rileggiamo la storia per non offendere i cittadini italiani e con essi le sincere concezioni democratiche esistenti nel mondo attuale.
19 agosto 2017
On. Vitaliano Gemelli

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